SS. Giovanni e Paolo Immobiliare S.p.A. - seconda parte PDF  | Stampa |  E-mail
Domenica 01 Aprile 2012 20:26

 

Analizzare e rendere pubblico l'iter terminato con la vendita dell'area e dell'immobile ex C.G.I. è tutt'altro che un'indebita intromissione in un affare privato. I riflessi pubblici dell'operazione di vendita dell'ex C.G.I. condotta dalla nostra parrocchia sono più d'uno. Ci sono le gravi difficoltà finanziarie della parrocchia in ordine al completamento della ristrutturazione dell'oratorio “Penso” , con il rischio di dover restituire il contributo ricevuto se i lavori non saranno terminati entro il 2013. E il pericolo che la parrocchia tenti di fare cassa vendendo il Cinema Roma e

il resto di quella proprietà, con lo sfratto dei giovani che frequentano l'oratorio . E c'è dell'altro, anzi c'è molto di più. C'è il ruolo sociale svolto per 50 anni da quel luogo di aggregazione. Poi c'è il contributo delle centinaia di persone che hanno prestato il proprio tempo di lavoro volontario, di organizzazione e svolgimento dell'attività sportiva e ricreativa. Chi scrive è uno di quelli : ho frequentato il Centro per 25 anni, ho collaborato all'attività per 15 . Infine c'è la storia della costituzione di quel patrimonio. Il Centro Giovanile Italiano avrebbe dovuto essere una Fondazione avente per scopo l'educazione e la formazione dei giovani. L'acquisto, avvenuto il 14 Agosto del 1956, dell'area a mare di Via Battisti (quella ora venduta dalla Parrocchia), da parte della costituenda Fondazione, si rese possibile solo perchè fu interamente finanziato con contributo pubblico dall'allora commissario del Governo Palamara che condivise e sostenne il progetto educativo. Anche l'immobile esistente – con bar, sala da ballo , uffici, canottiera - fu interamente realizzato con contributi dello stato italiano. Il C.G.I. però non riuscì a raggiungere il capitale minimo previsto per le Fondazioni e dovette sciogliersi. L'intera proprietà fu, per scelta dei soci fondatori, donata alla Parrocchia. Quindi parliamo di un patrimonio costituito interamente con denaro pubblico. Per tutte queste ragioni il C.G.I. è ( o meglio era) un bene pubblico, di cui il proprietario poteva liberamente disporre almeno rispettando l'interesse della collettività per quanto da questa fatto per la costituzione del bene . La collettività ha quindi diritto di sapere come hanno agito gli uomini pro tempore delegati alla gestione di questa importante realtà sociale muggesana.

 

La tutela vera ovviamente si sarebbe concretizzata non procedendo alla vendita: si trattava di difendere , riorganizzare e rilanciare l'attività. Ma evidentemente è solo il tempo degli affari, anche per la Chiesa.

Il meccanismo che porterà alla vendita, visto a posteriori, sembra studiato a tavolino. Tutto si mette in moto dopo che all'inizio del 2001 la Mujamar s.n.c. entra in gioco quale gestore del bar. I soci della Mujamar sono Michele Genna, Claudio Ciofi e Claudia Babich. Molto presto Genna e Ciofi iniziano un estenuante pressing nei confronti del Parroco, don Giorgio Petrarcheni. Denunciano supposti gravi problemi di sicurezza e persino di stabilità dell'edificio che ospita il bar. A loro avviso, e secondo un tecnico incaricato, l'azione di erosione del mare ha intaccato le fondazioni, e questo metterebbe a rischio la loro attività. Da una parte minacciano azioni risarcitorie in caso di sospensione forzata del lavoro. Dall'altra sottolineano con forza l'onere molto pesante che la Parrocchia dovrebbe sostenere per mettere in sicurezza l'immobile. Dallo schema “non siamo sicuri e la messa in sicurezza costa troppo alla Parrocchia” è un niente per Genna arrivare a “Don Giorgio, perchè non vende tutto a noi che la tiriamo fuori dai guai?” E, siamo all'inizio del 2005, la Mujamar fa un'offerta di 200.000 euro per l'intera proprietà. L'offerta, rilanciata a 250.000 euro, trova l'incondizionato appoggio della Curia vescovile di Trieste, o meglio di chi, per la Curia, si occupa della gestione immobiliare, l'economo diocesano Don Pier Emilio Salvadè. Pochissimi vengono a conoscenza della trattativa in corso. Chi tra questi, deve dare il proprio parere sull'operazione, trova l'incoraggiamento di Don Salvadè: egli ritiene che si deve procedere alla vendita e che l'offerta è congrua anche perchè non è facile trovare qualcuno disposto a pagare 250.000 euro. Va detto che l'alienazione di un bene della Chiesa è sottoposta a precise regole. Teoricamente non è scontato che una valutazione come questa, così palesemente sbagliata, trovi la strada spianata. A livello parrocchiale deve esprimersi il “Consiglio parrocchiale per gli affari economici”, e un organismo omologo c'è poi a livello diocesano. Nel consiglio muggesano siedono all'epoca dei fatti oltre al Parroco, don Alex, il prof. Cuscito, il dott. Caprio, il rag. Visentini. In quello diocesano oltre al Vescovo Ravignani c'è l'economo e altri. Però, come avviene in altre organizzazioni – è così anche nell'amministrazione pubblica – a decidere sono uno o due, gli altri delegano e si fidano. Nel nostro caso a decidere sono due o tre, o forse uno solo. Il più coinvolto nella vicenda - e anche il più stressato - è il parroco, Don Giorgio. Comunque ha la lucidità di raccogliere due ulteriori stime del bene. Una è di uno studio muggesano, che fa una valutazione di 900.000/1.000.000 di euro. L'altra è di uno studio triestino, che arriva a 1.500.000 (un milione e cinquecentomila) euro. Nonostante queste valutazioni il prezzo di vendita rimane ai fatidici 250.000 euro. E' pensabile che un Parroco proceda da solo, sapendo di dover passare al vaglio della diocesi? Per quanto ne so e capisco le gerarchie nella Chiesa contano moltissimo. E poi, perchè farsi fare due valutazioni di 1 e 1,5 milioni avendo eventualmente già deciso di vendere per 250 mila euro? Resta il fatto che si arriva molto rapidamente alla conclusione. Talmente presto che chi vuole fare qualcosa agisce sempre in ritardo. C'è una agenzia di vendite immobiliari di Muggia che, sollecitata da alcuni parrocchiani, si presenta dal parroco per dare la propria disponibità a trovare un buon compratore, e si sente rispondere dal Parroco stesso che ormai ha firmato il contratto preliminare; o c'è il membro del consiglio parrocchiale (che dovrebbe esprimere il proprio parere) che se ne occupa quando già è stato firmato il contratto definitivo, e così via. Restano i fatti. La caparra di 25/30.000 euro viene versata a mani di Don Giorgio nell'estate del 2005. Il 19 Novembre 2005 la curia vescovile di Trieste autorizza alla vendita la Parrocchia dei SS. Giovanni e Paolo di Muggia . Il 21 Novembre c'è la stipula del contratto. Gli interrogativi sono moltissimi.

  • Chi autorizza Don Giorgio a stipulare il preliminare di vendita e a incassare la caparra?

  • Perchè Don Giorgio non si batte per portare a casa almeno la minore delle due stime di cui dispone? Con 900.000 euro la sua parrocchia sarebbe in grado di completare la ristrutturazione dell'oratorio, con 250.000 euro tutto è a rischio.

  • La curia viene informata delle stime a mani di Don Giorgio?

  • Perchè non si è sentito il parere del Consiglio parrocchiale sul prezzo di 250.000 euro?

  • Perchè l'economo diocesano, a parere di tutti uomo di grande esperienza, ritiene congruo il prezzo di 250.000 euro?

  • L'economo sa che si tratta di un edificio a due piani con annessa 250 metri di spiaggia di proprietà (cosa rarissima, nel 99% dei casi la spiaggia è demaniale) e più di 4.000 metriquadrati con alto indice di fabbricabilità in pieno centro?

    Ed ancora :

  • perchè la Diocesi di Trieste pone a fondamento della autorizzazione canonica a vendere la relazione peritale del p.e. Alessandro Zerbo, incaricato, come si evince dalla perizia, dai compratori?

  • E' normale prassi della diocesi farsi dire il prezzo di un proprio bene da chi lo vuole comprare?

  • E' vero che l'autonomia delle diocesi si ferma a 250.000 euro, e che al di sopra di tale soglia competente diviene la Curia romana?

    Non sono domande inutili, non solo per la necessaria trasparenza che siamo qui a sollecitare. Lo diciamo con stupida speranza : alcuni elementi (l'eventuale mancata informazione alla Curia delle altre stime, o l'uso improprio della perizia del compratore) potrebbero per esempio provocare la revoca della autorizzazione canonica. Questo fatto potrebbe riverberarsi anche sul contratto stipulato in base all'autorizzazione? Ancora. Allegato al contratto di vendita c'è la perizia Zerbo, che , come abbiamo visto è di parte, quindi “non vera”. Un elemento falso del contratto, anche un allegato, rende nullo l'intero contratto. Si può impugnare il contratto? Forse sono solo fantasie, sono tra l'altro passati parecchi anni.
    Chi all'epoca sa comunque benissimo cosaha  comperato, è Genna . Genna non risulta sconosciuto negli ambienti della Curia, con cui sembra aver già concluso qualche altro affare immobiliare. Divenuto proprietario a Muggia sollecitamente si appresta a concretizzare l'affare. Come? Basta leggere la “certificazione di destinazione urbanistica” fattasi rilasciare dal Comune di Muggia il 12 Ottobre 2005 – pochi giorni prima dell'autorizzazione canonica e del contratto di compravendita, e allegata al contratto stesso – per capire. Vendere ad un compratore interessato alla edificazione di quanto previsto dal Piano Regolatore. Lo trova in un batter d'occhio. Nel Luglio del 2006 firma un preliminare per 3.150.000 euro. Solo che il compratore per confermare il contratto vuole avere, entro un anno dal preliminare, l'area libera. E c'è il Tennis Club Muggia con i due campi. Come fare?

Fine seconda parte

 

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