Incontro del Forum per i Beni Comuni e l'Economia Solidale con Serge Latouche PDF  | Stampa |  E-mail
Venerdì 07 Febbraio 2014 20:05

Sul bell'incontro organizzato dal Forum per i beni comuni e l'economia solidale del FVG nella serata di Giovedì 6 Febbraio per la presentazione di un progetto di legge regionale per la costituzione di Distretti di Economia Solidale, con la presenza e gli interventi dell'assessore regionale al Lavoro e Serge Latouche, si possono fare più riflessioni.

Una prima è l'incredibile – ma non più sorprendente – mobilitazione di persone che accorre ad ascoltare il “padre nobile” della Decrescita, il prof. Serge Latouche. Quanti sono, al giorno d'oggi , quelli capaci di farci uscire dalla confortevole gabbia che ci siamo costruiti attorno , oltretutto per andare ad ascoltare una conferenza sul lavoro ? Sala gremitissima. Potrebbe non essere sciocco chiedersi il perchè di tanta attenzione. Non aspettiamoci segnali di cotanta intelligenza provenienti dall'encefalo piatto della

Società Ufficiale. Ma è lecito pensare che - di fronte al vicolo cieco in cui questo Sistema ci ha cacciato e l'assoluta mancanza di proposte proveniente dalla suddetta Società Ufficiale, capace solo di ripetere i riti e le scelte di sempre, quasi come se persino pensare ad un mondo diverso fosse blasfemo – si manifesti sempre più intenso il desiderio di molti di esplorare l'eresia? Non abbiamo interrogato nessuno dei presenti, ma ne conosciamo molti. Li sappiamo mossi dalla speranza e dalla gioia. Speranza che un mondo diverso sia possibile, gioia di sapersi così numerosi e vogliosi di riprendere in mano il proprio destino.

 

Una seconda riflessione è la constatazione dell'abissale, inconciliabile distanza tra i rappresentanti di questo potere sordo e acefalo e qualsiasi proposta anche solo di buon senso, figurarsi di Decrescita. Ieri più evidente che mai, visto che subito dopo Latouche c'è stato l'intervento dell'assessore regionale Loredana Panasiti, privo di qualsiasi proposta che possa spingersi oltre al cerotto del cadavere, al tirare una coperta sempre più corta verso l'ultima crisi giornaliera. Eppure la necessità di esplorare le ragioni di questa crisi infinita sarebbe , se non altro, esercizio di intelligenza. Si coglie invece il desiderio di “marginalizzare” qualsiasi alternativa. Per questo bene han fatto i nostri relatori a bacchettare questo atteggiamento. Latouche ha voluto sottolineare che “non siamo una riserva indiana”; e Ferruccio Nilia – infaticabile tessitore del Forum – ha chiuso la serata rivolgendosi agli amministratori e politici presenti . Ha richiesto loro attenzione per i cittadini e le numerose associazioni impegnate nel Forum, ammonendoli che non sarà la loro sordità a fermare il movimento, ma che questa sarà il loro problema quando, troppo tardi, ci si vorrà finalmente accorgere di noi.

La terza non è una riflessione, ma è Serge Latouche. Ieri mi ha fatto proprio sorridere. In un'aula magna luminosa, con pareti e soffitto con un bel legno chiaro, con tanta gente e tanti colori, Serge, carnagione bianco/grigia, barba bianco/grigia/brizzolata, camicia e vestito grigio,sembrava l'ologramma di se stesso in bianco e nero. . Però alto e attento, occhi guizzanti, infaticabile nel rispondere pazientemente a tutti. E la sua fantastica parlata francesizzante. Il massimo è stato quando ha parlato delle sue 8 “R”. Erre, ripetuto più volte, è stato uno spasso per le nostre orecchie.

Da ultimo, prima di provare a riassumere il suo intervento, resta da riferire la sensazione di come il Forum, al di là della bontà o meno della proposta di legge avanzata per la costituzione dei distretti di economia solidale, si sia incamminato per la giusta strada, che potremmo definire della connettività inclusiva. Tanti soggetti, tante associazioni, gruppi spontanei, individui, con finalità ed aspettative non omologabili, ma capaci, ognuna a modo proprio, di immaginare e creare qualcosa di nuovo, connesse le une alle altre attraverso il Forum, senza che questo cordone significhi privazione o rinuncia ad una parte della propria identità. Forum quale strumento di arricchimento e, perchè no, capace di renderci più forti e incisivi. Dove andare e come andarci dipenderà da tutti noi. Ma sapere che siamo tanti a condividere la necessità di un cambiamento radicale e a provare a farlo è molto confortante.

E adesso Latouche.

Conferenza : Decrescita e lavoro.

Decrescita e lavoro , ha inizito col dire Latouche, rappresenta per noi una doppia sfida, sia perchè proporre oggi di decrescere nel pieno di questa crisi abbisogna sempre di spiegazione aggiuntive , sia perchè ci dicono “dovete avere proposte concrete”. Per quanto riguarda il primo aspetto deve essere chiaro a tutti che oggi non siamo in decrescita , ma in piena recessione . Per quanto riguarda le proposte concrete è evidente che il primo problema da risolvere è la disoccupazione. Il questo sistema la creazione di posti di lavoro è legato alla crescita illimitata, con non meno di un 3% di aumento di PIL. Ma la crescita , che ha funzionato per 30 anni, è finita negli anni '70 e non riprenderà mai perché la società del consumo è l'esito scontato di un mondo fondato su una tripla assenza di limite: nella produzione e dunque nel prelievo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, nella creazione di bisogni - e dunque di prodotti superflui e rifiuti - e nell'emissione di scorie e inquinamento (dell'aria, della terra e dell'acqua). Il cuore antropologico della società della crescita diventa allora la dipendenza dei suoi membri dal consumo .

Però facciamo finta di non vedere, e per continuare si sono create crescite virtuali, bolle finanziarie morte anch'esse. Così oggi siamo nell'incubo, una società di crescita senza crescita, una società di lavoro senza lavoro, con il lavoro trasformato in merce sempre più precaria, diminuzione della produzione, aumento della disoccupazione, diminuzione del credito , le continue delocalizzazioni.

La soluzione è una società di prosperità senza crescita. Dobbiamo uscire da questa società nell'orizzonte di senso delle 8R.
Tre punti principali: rilocalizzare, riconvertire, ridurre.

Rilocalizzare significa “demondializzare”, produrre localmente il più possibile. Bisogna sapere cosa può viaggiare e cosa no: le idee il più possibile, le merci il meno possibile, il capitale per niente.

Riconvertire significa adottare decisioni di buon governo quali:

  • la riconversione dell'agricoltura, che deve essere locale, stagionale, sana. In ballo c'è la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro;

  • la riconversione energetica, puntando alle energie rinnovabili, dove la proma rinnovabile è fermare lo spreco. Anche qui c'è tantissimo da fare e posti di lavoro nella riqualificazione energetica delle nostre case;

  • la riconversione delle attività tossiche, in cima alle quali c'è la pubblicità.

Ridurre significa diminuire gli orari di lavoro, lavorare meno per lavorare tutti, lavorare meno per vivere meglio (lungo applauso). Nel bel libro di Hannah Arendt, La condizione umana, si parla del valore della vita contemplativa, il sogno, il gioca, il far niente. Tutti noi dovremmo poter vivere tre dimensioni, l'essere cittadino, l'essere artista, l'essere lavoratore . Il problema è che ora viviamo solo la terza dimensione. Se vogliamo (Illich) – poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iper-industriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. Esistono delle soglie che non si possono superare. Superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Siamo divenuti dipendenti dei consumi e del lavoro stesso, affetti da quello che gli americani chiamano workalcoholism .

Uscire dalla società del consumo è una necessità, ma il progetto iconoclasta di costruire una società di "frugale abbondanza" non può che suscitare obiezioni e scontrarsi con delle forme di resistenza, qualunque siano i corsi e i percorsi della decrescita. Innanzitutto, ci si chiederà, l'espressione stessa abbondanza frugale non è forse un ossimoro peggiore di quello giustamente denunciato dello sviluppo sostenibile? Si può al massimo concepire ed accettare una "prosperità senza crescita", secondo la proposta dell'ex consigliere per l'ambiente del governo laburista, Tim Jackson, ma un'abbondanza nella frugalità è davvero eccessivo! In effetti, fintanto che si rimane chiusi nell'immaginario della crescita, non si può che vedervi un'insopportabile provocazione. Diversamente invece, se usciamo da certe logiche, può risultare evidente che la frugalità è una condizione preliminare rispetto ad ogni forma di abbondanza. L'abbondanza consumista pretende di generare felicità attraverso la soddisfazione dei desideri di tutti, ma quest'ultima dipende da rendite distribuite in modo ineguale e comunque sempre insufficienti per permettere all'immensa maggioranza di coprire le spese di base necessarie, soprattutto una volta che il patrimonio naturale è stato dilapidato.

Qui Latouche ha iniziato la parte più provocatoria del suo intervento infarcendolo con dotte citazioni di Marx, Nietzsche, ed altri, per dire che se l'etimologia della parola lavoro, travaglio è “strumento di tortura”, abolire il lavoro vuol dire abolire la schiavitù salariale, perchè la realtà oggi è l'alienazione del lavoro salariato. Si tratta, dice Latouche, della sottomissione formale al capitale, senza la possibilità di controllo e riappropriazione del frutto del proprio lavoro. Allo schema della schiavitù salariale sfuggono alcune eccezioni, il lavoro degli artisti, degli insegnanti – e ha ricordato il suo privilegio di professore universitario, di essere pagato per fae quello che gli piace fare – il lavoro casalingo e le professioni liberali.

Per uscire dall'economia, dice infine Latouche, bisogna uscire dal lavoro in quanto tale, demercificare il lavoro. Ma se è facile dire cosa bisogna fare è molto difficile farlo. Uscire dall'economia è molto difficile. Il problema è la logica della crescita percepita come essenza dell'economia.

La nostra proposta, che chiamiamo provocatoriamente Decrescita, dovrebbe definirsi più correttamente Acrescita. Noi, obiettori di crescita, ateisti dell'economia, proponiamo l'utilizzo ragionevole (non razionale) delle risorse, la ricostruzione di una società dell'abbondanza sulla base di ciò che Ivan Illich chiamava "sussistenza moderna".
Decrescita è una rivoluzione culturale . Bisogna lavorare altrimenti per vivere altrimenti e ritrovare le dimensioni smarrite. L'orizzonte è essere autonomi.

 

 

 

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